Miscellanea > Poesie
Il tema dell’emigrazione ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro in romanzi, racconti, poesie, canzoni, ricerche statistiche e sociali. Volumi interi di poesie rievocano la terra natia, gli affetti, le amicizie, le amarezze.
Questa poesia ci regala l’ immagine di quello che, purtroppo, i nostri conterranei hanno dovuto subire, dopo aver trovato la forza ed il coraggio di lasciare la famiglia e la terra natale per partire verso un ignoto destino che in molti casi è mostrato amaro.
Li emigranti
Cogli occhi spenti, con le guance cave,
pallidi, in atto addolorato e grave,
sorreggendo le donne affrante e smorte,
ascendono la nave
come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
tutto quel che possiede sulla terra,
altri un misero involto, altri un patito
bimbo, che egli s’afferra
al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
e sopra i volti appar bruni e sparuti
umido ancor il desolato affanno
degli estremi saluti
dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
sulla ricca e gentil Genova arresta,
intento in atto di stupor profondo,
come sopra una festa
fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
migrano a terre inospiti e lontane;
laceri e macilenti,
varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
vanno, oggetto di scherno, allo straniero.
Bestie da soma, dispregiati iloti,
carne da cimitero,
vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
come il pezzente cieco e vagabondo
erra di porta in porta,
essi così vanno di mondo in mondo.
( Edmondo De Amicis )
Questa è una delle poesie che Amerigo Borsi, originario di Maresca-Campotizzoro, si diletta a scrivere nel tempo libero. Il Borsi abita a Montreal dal 1951 dove è giunto a bordo della nave “Gorge”.
L'emigrante
Quando vedrete passare un vecchio stanco,
camminando barcollante col bastone,
col viso grinzoso e il capo tutto bianco,
che si dirige verso la stazione,
con gli occhi umidi di pianto,
perché lascia il paese d’adozione,
guardatelo con tanta simpatia,
è una generazione cha va via.
Va a ritrovare la terra natia,
va a ritrovare il paese dell’amore,
che nei momenti di malinconia
aveva cullato stretto in fondo al cuore:
che aveva desiderato con tanta nostalgia
e che lasciato avea con tanto dolore;
e ora che parte senza aver pretese,
vuole solo morire al suo paese.
Ora che lascia la terra canadese,
ripensa sempre a quel giorno lontano,
rivede la stazione dove scese,
con due valige e l’ombrello in mano.
Era solo, nessuno lo comprese,
perché parlava solo l’italiano,
ma quella volta non temeva niente:
era giovane, era forte, era potente.
Ed ora avanza solo, lentamente,
perché ha raggiunto il tramonto della vita,
lascia dietro di sé tutta la gente
e gli amici con cui faceva la partita.
Poi guarda a lungo questo continente,
che gli ha preso tre quarti della vita,
gli ha preso tutte le risorse umane,
ed in compenso gli ha dato un pò di pane.
Quante illusioni, quante speranze vane,
quant’anni di sacrifici e di dolore,
dopo aver lavorato come un cane,
all’ospedale come fonditore.
Va ritrovare le terre lontane,
va a ritrovare la casa del suon genitore;
è muto, non sa dire una parola,
perché il pianto gli soffoca la gola.
Soltanto un pensiero lo consola,
di ritrovar laggiu’ qualche parente,
un cugino, un fratello, una sorella sola,
oppure qualche amico o conoscente.
Qualcuno che gli dica una parola,
che gli tenda le braccia sorridente;
ed io gli dico arrivederci e non addio,
perché un giorno quel vecchio stanco sarò io.
Ed ora parti, caro vecchio mio,
e aspettami laggiu’ nel tuo paese,
e dal peggio che ti guardi Dio.
Troverai laggiu’ tante sorprese,
vedrai che un giorno tornerò anch’io
insieme a quella gente che è cortese,
questa terra non rimpiangere un solo istante,
perché qui sei sempre stato un povero emigrante.
Mi rivolgo a voi, o gioventu’ montante,
a voi che siete sull’età del fiore;
è su di voi che poniamo le nostre speranze,
insieme al nostro orgoglio e al nostro onore.
Cercate di accorciare le distanze,
guardate i vostri vecchi con amore.
Sapete perché quel vecchio sen’è andato?
Perché i figli l’hanno abbandonato.
Ma quando sarai laureato,
che tu sia ingegnere oppure dottore,
non ti dimenticar di quel che ti hanno dato,
non ti dimenticar di chi ti ha cullato con amore.
Non ti dimenticar di chi ha zappato,
versando lacrime di sudore,
e soprattutto non ti vergognare
di papà e mamma ch’an saputo lavorare.
Poesia tratta da “I Toscani di Montreal”, volume edito dal Club Sociale Toscano di Montreal.





