Montecatini in Valdinievole e i suoi bagni
Chiesa del Carmine.
Intorno all’anno 1000, un colle posto nella valle attraverso la quale scorre il fiume Nievole attira l’attenzione di coloro che dal mare viaggiano verso Firenze. E’ uno strano colle, scolpito fra due guglie laterali e una vasta depressione centrale, quasi a somiglianza di un catino. I suoi primi abitanti vi costruiscono due “ville” sui poggi opposti, creando all’inizio dei nuclei distinti, separati dalla stretta striscia di terra. Dopo la metà del secolo, lassù sorge un castello e un borgo, lo attesta in modo inequivocabile la donazione di un sesto dei beni fatta da Ildebrando da Maona alla chiesa Lucchese nel 1074. A Montecatini si contano ventiquattro case e otto casalini e mezzo, compresa la chiesa che ancora si chiama S. Michele; la popolazione raggiunge già i 500 abitanti, consistenza non trascurabile in quegli anni difficili. Le vicende che coinvolgeranno in varie epoche il castello incideranno sempre in modo decisivo sul numero degli abitanti dentro le mura: otto secoli più tardi, all’inizio dell’800, sono ancora solo 500 i montecatinesi censiti nelle liste elettorali dell’età napoleonica.
Sui due poggi di Montecatini sorgono i centri di difesa, i castelli, che sono fortezze con torri e mura per proteggere gli abitanti dai molti nemici: prima il “castrum vetus” di fianco alla chiesa ancora denominata di S. Michele, poi il “castrum novum” sull’altro versante, nei pressi della chiesa del Carmine. All’incirca verso il 1190 la popolazione raggiunge già le 1500 unità, una stima per difetto visto che sono ben quattrocento i montecatinesi che firmano la pace con Pistoia, dopo una delle frequenti lotte fra vicini di quel tempo. L’inizio del XIII° secolo assiste a un nuovo sviluppo del paese con la creazione della piazza e di un borgo in prossimità del Castelnuovo nella fascia pianeggiante. Dall'altra parte sorgono due addizioni urbanistiche denominate Reghiati, cioè il borgo del castello vecchio, e Ripa, fuori delle mura, dove si trova la chiesa di Santa Maria a Ripa e dove poi si costituirà all'inizio del 1500 il monastero delle monache Agostiniane. Alle mura e al fossato dei castelli si appoggiano le case; le torri rammentate sono solo quattro, diventeranno venticinque con l’andare degli anni.
Un’unica cerchia di mura racchiude l’intero nucleo abitato nel corso dello stesso secolo XIII; nella corposa struttura difensiva si aprono sette porte (Porta di Borgo, della Foresta, S.Margherita, Ricciarda, Porta al Cozzo, Porta Signorelli, Prataccio, lo sportello della Podesteria) soppresse una dopo l’altra nel volgere degli anni, fino a lasciare intatta la sola Porta di Borgo esterna al Castello. All’interno della piazza sorgono gli edifici pubblici, il Palazzo di Giustizia e quello del Podestà; intorno alla piazza si sviluppano attività commerciali e artigianali che indicano una concreta vitalità del paese. Chiese e monasteri completano le strutture di uso pubblico: S. Michele, poi ribattezzata S. Pietro Apostolo, datata intorno all’anno mille, ristrutturata più volte nei secoli fino alla seconda metà del 1800; al secolo XIII è ascrivibile l’edificazione della chiesa del Carmine, anch’essa più volte modificata e ampliata nel corso del 1700 e 1800, alla quale era annesso il convento dei monaci carmelitani. La costruzione della chiesa di S. Maria a Ripa, documentata dall’anno 1260, può farsi risalire al secolo XII: intorno alle sue mura, aggregando diverse case del borgo, sorge verso il 1520 l’omonimo monastero delle suore di clausura agostiniane. Infine, esterna al Castello, viene edificata la chiesa di S. Margherita alla quale è unito il convento dei frati agostiniani, sorto nel 1222. Il vescovo di Lucca autorizza la costruzione della chiesa nel 1273, nel 1276 viene posta la prima pietra, mentre l’opera sarà completata in un decennio. Sconsacrata verso il 1780, in epoca leopoldina, poi ridotta a magazzino di legname, è ora priva del tetto e anche le residue vestigia medievali stanno scomparendo quasi del tutto.
Rocca e torre.
Dalla metà del Duecento, la pieve montecatinese raggiunge livelli notevoli di floridezza economica: questo felice momento di benessere si riflette sull’intero paese, che conosce un periodo di sostanziale sviluppo. Montecatini e tutta la Valdinievole con il sopraggiungere del XIV secolo si trovano invischiati in un’aspra storia di guerre. Le vicende politiche proprie di questa parte della Toscana hanno una genesi di poco più antica. Lucchesi e Fiorentini si contendono il possesso della valle, e sono i primi ad avere la meglio nella prima metà del Duecento. Succede così che quando il pisano Uguccione della Faggiola diventa anche signore di Lucca, e allarga alla Valdinievole le sue mire espansionistiche, Firenze reagisce militarmente. E’ Montecatini la scena delle lotte, il teatro di un’aspra battaglia susseguente all’assedio della città. La superiore strategia bellica di Uguccione gli assicura la vittoria, e il suo ingresso nella espugnata Montecatini il 29 agosto 1315 costituisce un episodio che i Fiorentini rammentano per secoli come uno smacco cruento alla loro potenza. Ma l’astro del condottiero pisano si eclissa presto per la sua morte improvvisa.
Montecatini entra nell’orbita di Firenze nel 1329, in lega con gli altri castelli della Valdinievole, ma è breve tregua: poco dopo infatti si ribella alla dominante. Il secondo assedio che la città subisce dura quasi un anno: la guelfa Firenze ne scardina le difese nell’estate del 1330 deviando i piccoli corsi d’acqua che dissetano i Montecatinesi. La città vede avvicinarsi il pericolo di una distruzione definitiva dei propri edifici, delle mura e delle torri proposta dai suoi avversari più acerrimi: si salva solo grazie ai propri trascorsi di ospitale rifugio offerto molti anni prima ai guelfi fiorentini esuli dalla loro città. E poi anche “perchè non era finita la guerra da’ fiorentini a’ lucchesi, e Montecatini è una forte guerra e grande frontiera, e quasi in corpo del contado di Lucca, per potere fare guerra a Lucca si diliberò di lasciarlo in piede”. E’ questa l’occasione a partire dalla quale Montecatini diventa una delle tante città toscane tributarie di Firenze: i suoi statuti, così come quelli di altre Comunità della valle, esigono l’approvazione della città dominante. Nella ricorrenza di S. Giovanni patrono di Firenze Montecatini è obbligata a offrire un ricco cero raffigurante il castello; da Firenze giungono i Podestà che amministrano la giustizia. Per la città sopra il colle lunato comincia un periodo di pace coincidente però con una marcata decadenza causata dalla marginalità della sua economia e della sua partecipazione alle vicende politiche.
Devono passare ancora due secoli perchè Montecatini ridiventi protagonista, e anche stavolta è un decisivo evento bellico a portarla in primo piano nelle vicende toscane. Durante la guerra per il possesso di Siena intercorsa tra Francia e Impero, alleato con il duca Cosimo de’ Medici, il vecchio paese subisce il terzo e più devastate assedio. La sua capitolazione, ancora una volta nel mese di luglio, stavolta 1554, scatena la furia distruttiva degli altri borghi più o meno vicini, spronati alle demolizioni e al saccheggio dal duca di Firenze. Si abbattono torri e si smantellano le mura, ma soprattutto si bruciano in piazza gli archivi della città, gli estimi e i libri delle deliberazioni, i contratti e le tante memorie scritte di tradizioni e usanze adottate da tempo immemorabile, uno scempio che la città sconta ancora oggi con un insanabile vuoto di identità storica. Ancora più marcata risulta da allora la decadenza del paese arroccato sul colle, quasi racchiuso su se stesso come estrema difesa dai nemici esterni. Montecatini riesce ancora solo a mantenere, a mezzo servizio con Buggiano, la Podesteria, e la ancelleria che guida le vicine Monsummano e Montevettolini. Le attività economiche languono, le strade che portano verso il paese sono dissestate e difficilmente percorribili: l’isolamento e la marginalità completano l’opera nefasta dei soldati e dei saccheggiatori, relegando Montecatini a un ruolo di smunta comprimaria tra le Comunità della valle.
Così ancora per oltre due secoli. E’ l’avvento del principe lorenese Pietro Leopoldo sul trono di Toscana che cambia il destino della città. I Montecatinesi fanno giungere al granduca la loro voce, che ha preso finalmente atto di una realtà decisiva per il futuro della Comunità: a seguito di una inchiesta del giovane sovrano del 1768, affermano che solo dallo sfruttamento delle acque minerali che scaturiscono alle falde del loro colle la città potrà trarre un qualche giovamento economico e prospettive di sviluppo non incerte. In dieci anni, allora, l’illuminato granduca edificherà gli stabilimenti termali e darà inizio alla rinascita di tutta la Comunità, da allora indissolubilmente legata alle sorti delle sue miracolose sorgenti. Tettuccio, Rinfresco, Leopoldine, Bagno Regio, e poi Torretta, Tamerici, Cipollo, Papio, sono i nomi delle acque che faranno diventare famoso il centro valdinievolino in Toscana prima, poi in tutta Italia ed Europa. Il piccolo borgo sorto intorno alle fabbriche termali cresce e diventa adulto, si svincola pian piano dalla tutela del Castello e inizia la sua ascesa. Nel corso del secolo XIX e nei primi decenni del XX, Montecatini acquista le connotazioni moderne, amplia i suoi stabilimenti e ne crea di nuovi, abbellisce parchi e viali, si arricchisce di strutture ricettive sempre più confortevoli, sviluppa il senso e la cultura dell’ospitalità che la rendono unica nel panorama termale italiano e non solo.
Ora la vecchia Montecatini distesa sulla sommità del suo colle, e la nuova cresciuta in pianura intorno alle fonti termali, sono accomunate dallo stesso destino e partecipano delle stesse aspirazioni. Il futuro potrà essere proficuo per tutti, se i Montecatinesi reagiranno all’ultimo assedio che insidia la loro città, forse il più subdolo, perchè portato dalle divisioni interne e dalla mancanza di strategie comuni: questa la sfida da affrontare, e sperabilmente da vincere.





