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Fanzone Giuseppe
Il signor Giuseppe Fanzone il 27.03.2001 invia da Villa Adelina, Buenos Aires, la seguente missiva.
Sono qui da 54 anni, e mai sono stato allievo di una scuola italiana, anche se posso leggere la lingua italiana, scrivo poco e parlo meno; tutto quello che posso ancora dire è che sono ancora vivo, e l’albero vivo non ha perso le sue radici, e ha anche fatto i germogli.
Sono nato a Montecatini il 11 agosto 1944, unico figlio di Oscarina Bonaccorsi (montecatinese) e di Bartolomeo Fanzone (palermitano). Mio padre e mia padre si conobbero a Montecatini in piena guerra, mio padre apparteneva alla Sanità dell’ospedale tedesco; so che lui assistette e collaborò nella resa degli ultimi tedeschi di stanza a Montecatini. E in casa, da piccolo sempre sentii parlare di un rischio di morte per nascondere l’ebrei e disertori tedeschi nell’albergo dove io stesso nacqui, in mezzo alle cannonate e avendo come ostetrica mio stesso padre e dopo il dott. Merlini; Bartolomeo fuggì ai teschi che volevano portarlo in Germania, ferito fuggì dal treno.
Al ritorno mio padre lavorò alla smontatura delle baracche americane e dopo nel ’47, sia per mancanza di lavoro, sia per il timore di una nuova guerra, senza un centesimo, partì per l’Argentina con la nave “Mendoza”.
Successivamente, nel ‘48, anch’io e mia madre siamo andati in Argentina con la nave "Argentina". Ho pochi, ma vividi ricordi di quell’ epoca. Un mare sconosciuto, un giocattolo perso, canti e cori “Brasil Brasil” che non era il nostro destino, ma forse quello di molti.
Mio padre faceva il camionista per un tale che commerciava gomme e i primi elettrodomestici nel lontanissimo sud, 2.500 km di “autostrade” di fango, neve e pietraglia. Sconosciuto tutto: il paese, la lingua, i costumi, l’avvenire.
Per noi e per migliaia di italiani le camere erano “ammobiliate” con cassette di frutta. Dopo, per noi, una casetta affittata a Villa Adelina, 20 km da Buenos Aires, in quell’epoca (nel ’49) forse 2.000 abitanti, col vicinato multirazziale e babelico: austriaci, ungheresi, armeni, tedeschi, italiani e pure gente delle province argentine lontane, quasi stranieri nel loro stesso paese.
Si lavorava sodo, era il boom industriale dell’Argentina di Peron, babbo e mamma in fabbriche tessili, dopo il babbo fu assunto come meccanico dalla Corporazione del Trasporto Pubblico. Molti italiani fecero fortuna, noialtri no ! Faticare i due impieghi, tutto qui, scuola elementare pubblica per me. Controllato dai vicini che solidariamente si occupavano mentre potevano, dei figli altrui. Andare a scuola non mi liberava del lavoro ! Allevare galline, oche, conigli, raccogliere mangime, erba per loro, irrigare con la pompa a mano la lattuga, i pomodori, gli zucchini. Far da mangiare sotto precise istruzioni. E ancora la scuola, imparare la lingua, i costumi, la storia. Il lavoro abbondava, lavorare fino a sgobbare, mangiando pane e cipolla, risparmiando, stentando in una terra d’abbondanza.
Strabiliante per noi, il fatto che i nativi lavorassero soltanto il necessario e anche meno. Strabiliante per loro, il fatto che, forse vorremo noi morire prima dell’ora e senza goder affatto della vita. La stragrande maggioranza degli argentini non veniva dal Buenos Aires ricco, europeizzato, ma proveniva dal nulla, dalle lande aride o dai boschi incolti, semianalfabeti per lo piu’ schiavi del padrone della terra; modi e forme di vita diverse da quelle nostre, ma la stessa ignoranza e la stessa fame, tutta gente che scappava dalle guerre passate e future, ma nessuno scappò. Intanto l’Argentina progrediva economicamente, e retrocedeva politicamente !
In quel momento c’erano senz’altro il capitalismo, il comunismo, e i morti per causa dei due sistemi. Avevamo un dottore, Salomon Kaplan, ebreo, andava dai suoi malati a piedi, fango o pioggia, spesso per una gallina, molto piu’ spesso per nulla. Intanto noi, si viveva in una casa nostra data a pagare in 50 anni dalla Pianificazione “Eva Peron” . Costava un intero stipendio pagarla, non era gratuita come molti vogliono ancora dire.
Con noi vivevano 2 sorelle e un fratello di mio padre. Gli italiani fortunati andarono in U.S.A., in Canada, in Australia, noi, qui si mandava quando si poteva aiuti all’Italia per la ricostruzione, anche se l’Italia si era dimenticata di noi. A quel tempo, per l’Italia pioggia di soldi, di libertà, per noi, per l’Argentina, pioggia di bombe, di torture , di assalti al potere, di terrorismo economico. Il legame con la Patria rimaneva nel circolo ristretto degli amici, delle lettere ai parenti, associazioni per lo piu’ regionali o di piccolissime città o di ex combattenti.
La “Grande Italia” era circoscritta a quei pochi che avevano fatto fortuna in maniera talvolta poco chiara, quelli che frequentavano i circoli maggiori tanto italiani che argentini. Quelli che si giovavano degli appalti dello stato militare e che formavano parte dello "stabilshment", avendo sostituito in gran parte la vecchia oligarchia latifondista; ma fu gente che nulla fece per promuovere entità culturali vere, che nulla fece per aiutare gli italiani vittime di soprusi, abusi, morte.
Avevo finita la Tecnica come Perito Chimico, lavoravo e mi specializzai in inchiostri stampa per l’industria grafica. A 25 anni mi sposai con una paraguaiana, Crispina Nelly Inciso Rivero, che viveva nei dintorni, conosciuta in una Biblioteca pubblica di cui ero presidente.
Ci siamo sposati nel ’69 e il 03 marzo del ’73 nacque Leandro Bartolomeo, il 02 giugno del ’74 Gabriela Aida.
Cominciarono gli anni di piombo, i "desaparecido", tenebre e dolori; quanti cognomi italiani, dispersi, disfatti nel gioco della vita, "caduti" nella spietata guerra economica che iniziò negli anni ’70.
Divorzio nell’83, per la ditta di inchiostri cominciai a viaggiare per tutta l’Argentina.
In uno di questi viaggi, nel ’91, conobbi una donna a Rosario, oriunda di una colonia contadina, con nonni friulani.
Prima, nell’88 sono stato per la prima volta (e l’ultima ancora) a Montecatini con mia madre, tante belle cose ricordo ! Mio padre nel ’93 morì e dopo questo mia madre tornò a Montecatini dove si trattenne per piu’ di un anno.
Il 19 aprile del ’95 mi sono sposato a Rosario con Rosa Maria. Con l’intenzione di stabilirci tutti e due a Rosario affittammo una grande casa con l’intento di aprire un piccolo albergo per motoristi di bus da lunga distanza investendo tutto il capitale che avevamo, si sperava di andare avanti anche se lavorando duramente.
Non fu possibile. Il modello economico assunto già negli anni ’70 ci portò a che ora, il benessere non arrivava che al 10% della popolazione, 25% di disoccupati, 25% con lavori saltuari, 40% di clandestini.
Dopo i 35 anni non si può piu’ trovare lavoro, dunque i “vecchi” condannati a vivere di stenti. I giovani, anche se laureati, di giorni 10 ne lavorano 3.
Io dopo 25 anni nella stessa ditta, mi dicono : siamo falliti, non c’è un soldo, non si pagherà indennità alcuna, condanna a morte in Argentina, dove sono troppo vecchio per lavorare e troppo giovane per la pensione.
L’albergo quasi non rende per vivere, in questo tempi, troppe spese e gli ospiti impoveriti o che non possono pagare ormai. Noi siamo stati derubati del diritto alla vita, alla salute, alla vecchiaia, derubati dei versamenti fatti alle casse di pensione, tanti anni. Derubati infine del diritto a lavorare.
L’argentina sfortunata patria d’adozione non ci può offrire neanche una buona morte, son 50 anni che sento la stessa musica, che domani staremo meglio, ma non c’è domani, siamo arrivati all’ultima Thule.





