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Mazzantini Gabriella

La Signora Mazzantini, ormai residente in Belgio da molti anni, ci manda alcuni suoi racconti, abbiamo scelto “UN PAESINO TOSCANO” perchè parla del Cintolese un paese dove i “cittadini” mandavano i loro figli a balia.

È lì a mezza strada tra Firenze e il mare lungo l’Appennino che prelude alle Apuane. Adagiato nella pianura fertile della Val di Nievole, tra Pistoia e Lucca e tra Collodi e Vinci. E’ un paesino come tanti, senza grandi pretese né monumenti celebri, un paesino nato soltanto per la volontà della gente industriosa di quella regione. Si, perchè lì, in quella valle “chi non fa soldi è perchè non li vuol fare”, come dicono loro. Si chiama Cintolese, forse a causa di un ruscelletto che passa di li e che scende dal monte Vettolini.

Una fila di case da parte ed altra della via nazionale, tagliata in piazza, da un’altra strada meno importante che, da una parte porta agli Appennini e, dall’altra in padule, passando dal cimitero. La piazza ha una sua chiesa chiara e semplice, il monumento ai martiri dell’ultima apocalisse, la posta, la scuola e la caramellaia. Tutto intorno sono tutti campi coltivati a grano, granoturco e viti. Qualche fattoria maggiore e poi delle casette isolate con il loro podere nel tratto che attraversa il paese, la strada prende il nome di via Francesca, vai a sapere perchè, è ancora un mistero.

Le case sono intonacate e dipinte di giallo, rosa, rosso e verde pisello, di sicuro, senza questa fantasia, il viaggiatore neanche farebbe attenzione a questo paesello. C’è la Casa del Popolo che tutti hanno reclamato alla fine delle belligeranze. C’è il barbiere, grande erudito perchè legge il giornale. Il pizzicagnolo che cerca di vendere i nuovi prodotti in scatola ai paesani scettici, ma che ha anche il migliore olio di oliva nascosto dietro il banco. E poi c’è il vinaio, con la sua bottega piccola e stretta dai tavolini di marmo bianco e i clienti sempre fissi. In paese tutti si conoscono e tutti hanno il loro posto, è una minisocietà ideale con in testa il sindaco, il dottore e il curato. Poi vengono i commercianti, la massa dei contadini e dei braccianti e, alla fine, i più sfortunati come il povero Tonino che ha battuto la testa da piccino, la vedova tutta di nero, la ragazza perduta che molti cercano il sabato sera, e quel ragazzo rossiccio pieno di lentiggini che tutti chiamano “l’americano”. Per le cose più importanti si va a Monsummano, a tre chilometri, dove c’è il cinema e il mercato. Lì è nato il poeta Giuseppe Giusti e Ivo Livi che è emigrato in Francia e che è salito a Parigi fino a diventare “Montand”.

In paese, si parla il cintolesano, che è un modo di parlare aperto e scanzonato. Si dice “er bimbino” e poi, se uno straniero cerca di impressionarli, loro lo guardano con ironia e dicono “si, pioooove!”.

La famiglia che abita al numero 47 è lì da poco. Si è trasferita da un casolare modesto in mezzo ai campi e adesso vive con più agio e comodità perchè la casa è più grande e c’è luce elettrica. Comprende anche un negozio che il babbo e la mamma sfruttano per fabbricare e vendere scarpe e zoccoli. Sono fra i primi ad avere la macchina; tutto va bene. La nonna si occupa della casa e del mangiare e il nonno... bè il nonno è troppo occupato a fare “il fiasco” dal vinaio come dice lui.

C’è un figlioletto di circa nove anni che è vispo e pieno di iniziativa; la sorellina di tre anni, bionda come il grano e paffutella, e poi c’è una ragazzina di otto anni che la mamma ha tenuta a balia durante la guerra e che torna ogni anno per le vacanze scolastiche come se fosse a casa sua. E’ la sorella di latte, è una fiorentina, una “mangia fagioli” come si dice qui parlando dei cittadini.

Già dimenticavo di dire che siamo nel paese delle balie. Qui le spose sono giovani, sane e ingegnose e per non smentire l’attitudine del loro popolo a trasformare tutto in oro, ecco che ci hanno provato anche con il latte loro. Ma non credete che l’amore qui non esista; è cosa naturale, come mangiare e respirare. Lo si succhia con il latte delle balie e si immagazzina nel cuore, così, anche una “mangia fagioli” si può salvare dalla boria cittadina. Il tempo è scandito dalla mietitura, la vendemmia, la semina e la processione. Qualche novità, con il circo in piazza o il giro d’Italia, che passa dal paese, alimentano per mesi le conversazioni. La sera si va a veglia dall’uno o dall’altro, a turno, e si raccontano storie da spavento ripetute cento volte e ogni volta nuove.

Ecco com’era un paesino toscano. Ci sono tornata ultimamente. Che delusione! Le vecchie case hanno perso il colore. Tutto intorno è nuovo, strade, case, villini, garagi e piccole industrie di scarpe. C’è il supermercato, la banca e macchine dappertutto. La Casa del Popolo è chiusa, il barbiere non legge più il giornale, fa come tutti, guarda la televisione. Il sindaco non c’è più, il paese è stato assimilato dal vicino Monsummano e il curato è andato in pensione. Quasi più nessuno fa il contadino, anche se il vino lo si fa ancora per hobby, dopo il lavoro o nel fine settimana. Tonino ha lasciato il posto ad altri ragazzi strani e scontenti che si bucano e fumano, le vedove sono sgargianti e le ragazze perdute adesso sono tante. Il ragazzo rossiccio ha ritrovato il padre, è andato lontano, si, era proprio americano.

Al numero 47 non c’è quasi più nessuno. I nonni erano troppo stanchi e si riposano al cimitero. I figli, ben sistemati, stanno a Montecatini; soltanto l’ultima, quella che nessuno aspettava più, è rimasta assai vicina e ha la sua bella casa “murata” di nuovo. Del negozio se ne occupa la mamma per passare il tempo, vende scarpe già fabbricate a nuovi paesani dall’accento napoletano. Il babbo è uno degli ultimi clienti del vinaio e poi ha comprato un campicello, lui che non ha mai voluto fare il contadino! Si è accorto che a forza di volere andare avanti, adesso ha voglia di fare marcia indietro. Non è felice malgrado i soldi, i figli hanno voluto di più, anche l’indipendenza.

La casa rivive di tanto in tanto quando vengono i nipotini. Corrono su e giù per le stanze vuote, guardano incuriositi le foto sbiadite, tirano la coda al cane e ridono dell’uccello parlante, nella sua gabbia, che chiama “Paolina!” e che è il solo armai a sapere parlare come un cintolesano. Talvolta arriva una lettera dal Belgio, si, da quella bambina, la figlia di latte, la fiorentina che è lassù nel nord da tanto tempo. Anche lei non è felice, cioè, non lo è più e parla con nostalgia. “Non ci sono più balie a Cintolese, le spose sono ancora sane e sempre più ingegnose, hanno il termos-biberon e non badano a spese. E l’amore? L’amore non lo dà più nessuno, ma ce ne è ancora tanto nel mio cuore.